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Stefano Alberti.
Socio Fondatore

Ciao, io sono Stefano e questa é la mia storia.

Tutto inizia il 31 agosto 2011.

La mattina mi sveglio con dolore al testicolo sinistro e mi accorgo che le dimensioni non sono le solite: è molto gonfio. Non mi preoccupo più di tanto perché credo sia il solito problema legato ai colpi presi guidando la moto, essendo il dolore abbastanza forte comunque mi decido ad andare dal medico per un controllo. Con la semplice visita il medico non riuscì a capire molto, il gonfiore camuffava il tutto e la palpazione era quasi impossibile ma si pensava fosse una semplice epididimite. Dopo quattro giorni di antibiotico e antinfiammatorio il gonfiore rientra ed il dolore scompare.
Devo ringraziare mia madre che insistette nel volere che facessi l’ecografia prescritta dal medico di base che io, poiché stavo meglio, avevo deciso di non fare.

Nei giorni seguenti faccio la prima autopalpazione della mia vita e noto qualcosa di strano, una parte dura, “ossea” nella parte interna del testicolo. Pensavo fosse una cisti ma da alcune ricerche su internet avevo capito che le cisti non sono dure per cui il giorno dell’ecografia ero preparato e forse avevo trovato il perché della febbricola persistente che mi durava da circa 8 mesi.
Il verdetto dell’ecografia fu inequivocabile: ecografia con 3 “macchie” nere al testicolo sx che lasciava pochi dubbi alla diagnosi, l’ecografista mi scrisse su un foglietto le analisi che dovevo fare urgentemente e mi chiese se volevo dell’acqua, forse ero diventato un pó pallido.
Fatte le analisi del sangue la situazione cominciò ad essere molto più chiara: quel 183 con un Range normale 0-10 del marker AFP misero fine alla ormai piccola speranza che si trattasse di un errore.

I primi giorni furono un ciclone di paura/terrore/smarrimento/confusione.
La parola cancro la associavo solo alla parola Morte.
Non avevo paura di soffrire, la mia paura era non vivere e a 26 anni e come mai prima di allora sentivo la necessità di dover fare ancora troppe cose prima di morire. È stato difficile dover comunicare la cosa a familiari ed amici, mi sentivo in colpa a dover dare loro questo dispiacere. Ed è stato difficile gestire la loro ostinazione a cercare di trovare una spiegazione diversa ai miei sintomi, soprattutto con mio padre, che non si rassegnava al fatto che veramente avessi il cancro e cercava quante più informazioni possibili su internet sui falsi-positivi di diagnosi di K testicolo.

Prenotai più visite da diversi urologi della mia regione (Sicilia) ma i pareri furono vaghi e discordanti. La confusione era totale e nei momenti di coraggio cercavo di capire qualcosa in più su questa malattia cercando su internet ma, da ignorante in materia, mi metteva il tutto ancora più paura.
Così leggevo di stadiazioni, istologici, tac, pet, risonanze, chirurgie, chemio, radio, percentuali di sopravvivenza, finchè per caso trovai la pagina di un noto urologo/oncologo che in un intervista aveva dichiarato: “Dal cancro al testicolo si guarisce sempre”. Devo andare da lui, pensai.

Chiamai il Centro Prenotazioni dell’Istituto Tumori di Milano e dopo qualche giorno accompagnato da uno dei miei tanti angeli custodi (mio padre) volo a Milano. La visita molto attenta duró pochi minuti, altrettanti pochi minuti per leggere analisi ed ecografia. Diagnosi fatta : “Hai un tumore al testicolo, molto probabilmente un non-seminoma…”, altro termine a me ai tempi sconosciuto.
“…Il percorso potrà essere più o meno lungo ma posso dirti una cosa, tu guarirai”. Queste parole ancora me le ricordo bene, uscii dall’ospedale sereno, mi fidavo di lui.

A fine Settembre ero già in sala operatoria per l’orchiectomia; l’intervento è andato bene e a poche ore dalla fine ero già nel terrazzo dell’ospedale a fumare! Prima di essere dimesso mi fecero la tac e lì l’ennesima doccia fredda: metastasi ai linfonodi del retroperitoneo e marcatori tumorali ancora positivi dopo l’intervento. L’unica strada percorribile era la chemio.

Dei giorni di attesa prima di iniziare la terapia ricordo tanto affetto intorno a me: la mia famiglia sempre presente, la mia ragazza come un ombra, i miei amici in un sola “ondata” tutti a casa mia a farmi dimenticare per qualche ora che si, a 26 anni avevo il cancro. Andai a rasarmi dal mio barbiere e credo che anche per lui fu dura dover passare quella macchinetta sui miei capelli che, ironia della sorte, in vita mia non erano mai stati così lunghi.

Molto utili furono i consigli di chi aveva già affrontato “il mostro” come “usa la testa” di mio zio, “non ti spaventare quanto ti faranno il platino ” di un caro amico di famiglia. Il momento che partì il macchinario per l’infusione dei farmaci ero in apnea, neanche respiravo. Ero pronto, incazzato e spaventato ma era per la mia salvezza.

Dopo il primo giorno del primo ciclo ho pensato: “Pesante é vero, ma si può fare dai!”. Alla fine del secondo giorno ho capito il perché mi era stato detto di non farmi spaventare dal platino: l’effetto dei farmaci si sommava. Lo stato di malessere era di quelli difficile da sopportare, la sensazione di essere ubriachissimo, la nausea che non ti lascia mai in pace, neanche un secondo. Avevo fame ma non riuscivo a mandare giù nulla. La notte sognavo il cibo, ma da sveglio mi dava il voltastomaco anche l’acqua.

In ospedale non chiudevo occhio, ricordo ogni angolo dell’Istituto Tumori di Milano, le passeggiate infinite per cercare di ammazzare il tempo, non passava mai. Di giorno era diverso, i parenti le telefonate la sigaretta al balcone con i miei “colleghi” facevano distrarre.
Alla fine del quarto giorno ero già l’ombra di me stesso, non toccavo cibo e riuscivo solo a bere la coca cola che mi alleviava il gusto metallico che avevo in bocca dovuto al platino. Tornato a casa fra primo e secondo ciclo si presentarono i più classici degli effetti della chemio. La perdita dei capelli, della barba, delle ciglia. Le unghia diventarono nere e non allungarono più.
In quei momenti c’era da usare la testa; guardarti allo specchio e vederti totalmente cambiato non è facile.

È stato difficile pensare di non poter partecipare alla laurea della mia ragazza perché proprio quel giorno iniziava il ciclo. Scongiurai gli oncologi che facendomi un regalo, acconsentirono a spostarmi il ciclo di una settimana. Così riuscii ad essere presente alla proclamazione con la mia giacca, il pantalone blu, il mio ormai inseparabile cappellino in testa e carnagione bianca da vero vampiro!!!

Nel tempo si susseguirono infezioni in bocca curate con antibiotici, febbre altissima, deficit dei globuli bianchi tamponati con le fiale di fattori di crescita con conseguenti mal di schiena indicibili. Al richiamo di bleomicina aumentava la nausea che non mi lasciava mai tregua, era un continuo sentirsi come quei post sbronza da sabato sera, solo che non passava mai.
Avevo anche la fobia che mi si infettasse il port sottocutaneo, tubicino impiantato nel petto ed ero sempre lì a disinfettarlo.

Nei mesi i cicli di chemio diventarono sempre più difficili da sopportare ma passarono grazie all’aiuto di tutti e mi ritrovai finalmente al controllo di stadiazione post trattamenti. L’oncologo si levò dal viso quella sua espressione sempre molto seria e mi disse alla grande SEI GUARITO! Le metastasi erano regredite, la chemio aveva distrutto me, ma soprattutto lui!!!
In quel momento la spada di damocle che pendeva sul mio capo era scomparsa, il cuore diventava più leggero, la gioia liberata con un lungo pianto, l’abbraccio forte con mio padre.

Andai a farmi togliere il port sottocutaneo, mi stesi sul lettino e la dottoressa iniziò a togliere i punti che tenevano fermo il tubo, mi facevo male, cercavo di sopportare ma credo di aver fatto qualche smorfia di dolore. La dottoressa si ferma, mi guarda e dice: “eh non devi dire nulla, pensa a me che poco fa ne ho impiantato uno ad un bambino di 4 anni con la leucemia!Non ha neanche pianto!” Non ho più fiatato, ero di marmo.

Nei mesi di frequentazione dell’ospedale era la cosa che mi faceva impazzire di più, vedere quei bambini gracili bianchi e senza capelli in giro per l’ospedale, i loro genitori con il terribile compito di dover sorridere quando credo volessero sbattersi la testa contro i muri…

La mia vita continuó, con il tempo iniziarono a ricrescere i capelli, la barba e le ciglia. Iniziai a dover convivere con i controlli stretti a 3 mesi.
A distanza di 2 anni dai trattamenti in un controllo diventato semestrale, eccolo lì, l’incubo ricorrente di chi come me è stato colpito da questa malattia: la recidiva. Ricaduta linfonodo retroperitoneale. Ero in macchina con la tac in mano, piangevo e non so quanti pugni diedi sullo sterzo. Fu peggio della prima diagnosi perché avevo la consapevolezza del problema, conoscevo e capivo cosa significava tutto ciò. Gli oncologi mi parlavano di carcinoma trasformatosi in teratoma ed optarono per la chirurgia mettendomi in attesa per l’intervento di linfoadenectomia. Passarono 3 lunghi mesi di paure, notti insonni e tante tante domande senza nessuna risposta. Mi sentivo un condannato a morte.

Il giorno dell’intervento arrivó ma per un contrattempo l’intervento fu posticipato di qualche giorno. Ero nervosissimo ed il chirurgo dopo mie continue pressioni mi concedette una serata libera, non autorizzata dall’ospedale ma solo da lui e andai a fare una passeggiata in centro insieme ai miei parenti che si erano mobilitati tutti ed erano saliti a Milano con me.
Giorni dopo arrivó il momento di andare in sala operatoria, tremavo dal freddo o dalla paura ed i piccoli gesti di quei momenti non te li scordi mai, una carezza sulla guancia dell’anestesista, il batti un cinque del dottore prima di cominciare.

Credo che l’intervento sia durato 6 ore. Il risveglio non fu dei migliori, vomitavo dal dolore o forse dalla lunga anestesia ed avevo bisogno dell’ossigeno perché non riuscivo a respirare bene.
Mi ricordo che quando mi risalirono in barella su in reparto li trovai tutti davanti l’ascensore, tutti con gli occhi un po’ lucidi e li ho salutati con un bel pollice in su. Ho passato le prime 10/15 ore in un loop dove mi svegliavo e mi addormentavo di continuo, avevo forti dolori addominali che tamponavo con la morfina che potevo iniettare direttamente tramite una macchinetta comandata da un pulsante che azionavo al bisogno.

La mattina dopo avevo solo un obiettivo, alzarmi dal letto per andare in bagno in modo da convincere i dottori che potevo fare a meno del catetere che ho odiato tutta la notte! Mi sono alzato nell’incredulità degli infermieri, avevo non so quanti tubicini attaccati che sembravo un albero di Natale ma mi sono trascinato fuori dalla stanza fino al bagno!!! La sacca del drenaggio addominale che doveva scendere sotto i 100ml/giorno sembrava non si fermasse mai. Al quinto giorno scese drasticamente e quindi mi firmarono le dimissioni e tornai finalmente a casa.

L’attesa dell’istologico fu molto stressante ed abbastanza lunga, passarono circa 20 giorni ma anche quella telefonata del mio oncologo fu l’ennesima liberazione, “é tutto ok, era presente solo tessuto necrotico, non c’è ripresa di malattia” strafelice, 15 punti in più sull’addome ma chisenefrega!!!

Pochi mesi fa, in uno dei controlli semestrali nella rx al torace c’è qualcosa che non va. La radiologa mi prende da parte e mi dice che c’è una massa di 2cm nel mediastino, sede di ricaduta toracica del tumore al testicolo. Incubo. Chiamo Milano e mi dicono di seguire il consiglio dei radiologi, devo fare la tac. Mi chiudo in un silenzio che non é da me. Non ne parlo con nessuno. Non dico nulla alla mia ragazza che vive fuori regione per lavoro, silenzio con mia sorella che aspetta il mio secondo nipotino.

La mattina arrivo in clinica per fare la tac, in sala d’attesa aspetto il mio turno e per distrarmi inizio a leggere tutti i fogli appesi al muro. C’è un quadro grande con la foto di San Giuseppe Moscati, protettore degli ammalati. Mi rivolgo a lui, lo scongiuro, prometto che se mi fa guarire vado a trovarlo ovunque sia per ringraziarlo. É il mio turno, ago cannula nel braccio per il mezzo di contrasto, mi sdraio per l’ennesima volta su quel lettino per vedermi passare addosso quell’enorme anello che vede tutto. Fanno la prima passata, aspetto l’iniezione del contrasto che ti da quell’effetto soffocante alla gola che dura qualche secondo ma niente. La macchina resta ferma, niente contrasto niente seconda passata. Esce l’infermiera insieme al medico, sorridono tutti e due. Pizzicotto sul braccio del medico che mi dice forza vattene a casa che non hai niente! L’unica spiegazione possibile per loro é che c’era un “errore” nell’immagine della radiografia. Incredulo.

Quindici giorni dopo sono andato nella chiesa del Gesù nuovo di Napoli dove si trova il santuario del santo e la promessa che avevo fatto a San Giuseppe Moscati l’ho rispettata, mi ha fatto stare immensamente bene.

Oggi per la medicina oncologica sono un lungo sopravvivente, paziente che da almeno 5 anni é libero sia dal cancro che da terapie anticancro. Sono una persona che ha perso il sentimento di invulnerabilità e di immortalità, la malattia mi ha avvicinato presto al confine fra la vita e la morte. Spesso rivivo in dei flashback le sofferenze della chemio, lo stress degli interventi, i momenti difficili.

Ho raccontato la mia storia per chi affronterà questa battaglia, non è detto che sarà così difficile, la reazione alla terapia é soggettiva e cambia molto da paziente a paziente. Sento di dirvi che dopo sarà una rinascita!
Apprezzerete la vita come non mai, capirete quanto sia semplice essere felici e vivere il quotidiano anche con le sue difficoltà ed i suoi problemi.
C’è la luce alla fine di quel tunnel e sono qui a testimoniarlo!
Non importa quanto sia difficile la battaglia bisogna essere guerrieri combatterla e vincerla! Dal tumore al testicolo si guarisce!

Spesso guardo il cielo e faccio un bel respiro, mi sembra sempre di un bellissimo azzurro e l’aria é fresca e piena. Mi fa ricordare quanto desideravo in quei momenti essere “sano”, mi fa ricordare tutte quelle volte che in quel periodo ho pensato quanto fosse bella la vita e che me la sarei ripresa.

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Lorenzo Giovannico
Vicepresidente

Ciao, sono Lorenzo e la mia storia inizia nella tarda primavera del 2008.

Verso la fine di aprile comincio ad avvertire dei dolori al testicolo destro, ma non dico nulla e sopporto il male pensando che tutto sia dovuto al fatto che spesso vado in bici e il sellino e i pantaloncini aderenti hanno infiammato la zona. Una sera di fine giugno, però, un mio amico medico mi spinge a fare un’ecografia al testicolo: la mattina seguente ero già al Poliambulatorio sotto casa, dove ricevo la tremenda notizia.

Io, come molti altri, ho dovuto vincere mille remore: l’idea di esporre “quelle parti“, farmele analizzare, mi metteva un gran imbarazzo. La radiologa, la stessa che poi in tutti questi anni mi ha seguito, mi consiglia di rivolgermi immediatamente a un urologo e pronuncia la parola: tumore.

Da quel momento e per tutta la malattia comincio a osservare le cose dall’esterno: esco dal poliambulatorio, chiamo il mio compagno e glielo dico in modo brusco, insistendo sull’urgenza e non sulla gravità (forse neppure io me ne rendo conto). Decido di non dire nulla a mia madre, per non farla preoccupare, e la invito a venire a Bologna dal Salento (mia terra d’origine).

Nel frattempo inizia il mio percorso di cura, ma prima di descriverlo devo fare una premessa: molti particolari non li ricordo e non ho voglia di andare a rileggere le cartelle cliniche perché mi procura ansia. In fondo quello che voglio raccontare non è lo stadio del mio carcinoma, ma quello che ho sentito, e quello lo ricordo bene, ahimè!

Dopo 7 giorni mi operano d’urgenza: di quel giorno ricordo la notte precedente totalmente in bianco, l’attesa dalle 7 alle 12 per l’anamnesi, poi la preparazione (“Maria a questo fagli il pantaloncino”, che significava depilarmi totalmente nella zona interessata, con le misure di un costume da bagno), la camicia da notte ridicola (aperta dietro, che faceva vedere tutto mentre camminavo in corsia).

Poi blackout, mi risveglio alle 16 con una fame boia e mi portano un piatto di pastina in brodo, la mangio guardando il mio amico Vincenzo che mi guarda, fa finta di sorridere e copre le lacrime.

L’indomani mattina mi dimettono prestissimo, esco bevo un caffè e fumo una sigaretta mentre aspetto i miei: arriva mia mamma, mia sorella Patrizia e miei suoceri che mi accompagnano a casa. Quasi subito riprendo la vita normale: lavoro, passeggiate, pranzi e cene, sembra tutto quasi normale. Quasi. La ferita dell’intervento di rimozione del testicolo destro e del canale si sta rimarginando, ma la parte finale va in infezione.

Dopo circa venti giorni ricevo la telefonata di esito dell’esame istologico: non-seminoma, carcinoma embrionario con cellule di teratoma. Nel frattempo faccio una Tac: risultano metastasi al polmone sinistro (due) e al destro (una).
L’urologo mi convoca e poi mi indirizza alla dottoressa Michela Maur del Centro Oncologico Modenese.

Mi aspetto una donna tipo professoressa severa: mi trovo invece di fronte una mia coetanea (avevo 37 anni io e 36 lei), molto pratica, decisa, veloce. Mi parla della PEB e mi dice a cosa andrò incontro, ma mi dice di stare tranquillo perché le percentuali di guarigione sono altissime.

Si apre il capitolo della chemioterapia…che per me equivale a una specie di incubo.

Spaventato, agitato, nervosissimo, comincio ad avere la nausea prima ancora di iniziare la cura.  Quando ero piccolo, spesso nel tornare dalla spiaggia guardavo l’ospedale di Gallipoli e mia madre diceva qualche volta: pensa quanta povera gente sta soffrendo adesso, d’estate, in un momento in cui tutti sono in vacanza e si divertono.

Comincio la chemio il 5 agosto, con Bologna che inizia a essere poco affollata: all’alba prendo un taxi e racconto tutto al conducente, mi porta in stazione, prendo un treno e arrivo al Policlinico di Modena. Ecco, qui si è fissata un’immagine: io seduto su una panchina sul prato perché il reparto era chiuso, solo, attimi che sembrano una vita, forse sono una vita, poi arriva Mirella, mia suocera, e poi arriva la telefonata del tassista: avevo scordato gli occhiali da sole, si è fatto dare il numero dal centralino e mi ha chiamato per dirmi che li avrebbe custoditi per consegnarmeli di persona (cosa che ha fatto, con un garbo e un’emozione che ricordo).

Inizia la chemio e io spavaldo dico “è tutto qui?“.

Non è tutto lì: finiti i cinque giorni di cura, vado a casa e inizia il “ballo” che peggiorerà ad ogni ciclo (ne farò cinque alla fine).

Cercherò di non descrivere troppo, anche per non caricare di negatività chi questa percorso dovrà iniziarlo: dico solo che nausea, mal di testa, debolezza, tremore, insonnia, stanchezza, dolori muscolari e articolari, erano all’ordine del giorno.

Passano i giorni e i capelli non cadono. Una sera poi, a casa di mia sorella Paola, vengo su dalla spiaggia e le chiedo di fare una doccia veloce. Tutta la mia famiglia è nel soggiorno e io sono nella cabina doccia del bagno adiacente al soggiorno che non so cosa fare: sono bagnato e coperto dai miei capelli, mi vergogno, ho sporcato il bagno di capelli, cerco di raccoglierli e buttarli nel water, alzo la testa e incrocio la mia immagine nello specchio.

Chi mi conosce sa che sono vanitoso, ma in quel momento quello che vedo non è Lorenzo-brutto è Lorenzo-malato. Un trauma che mi ha accompagnato al punto che ancora oggi non posso immaginare di portare i capelli più corti di 3-4 cm.

Sono nel panico: so già che farò soffrire i miei familiari, mi preoccupo di non intristirli, indosso uno dei miei sorrisi migliori ed esco. Percepisco il gelo, il “non ti preoccupare che ricrescono”, le pacche, l’evitare l’argomento. Poi Marco, mio nipote, mi dice “Enzo, prendo la macchinetta e ti sistemo quelli rimasti”. L’ho molto apprezzato.

Della chemio non aggiungerò molto: periodo orrendo che non mi fa piacere ricordare, con mille amici che mi hanno salutato, i ricoveri improvvisi, i problemi fisici, la trombosi. Ricordo però in ospedale tanto affetto, tantissimo. Il mio compagno Massimo, mia madre, mia suocera, la Maur, le ragazze dell’ospedale (specializzande che io chiamavo
le ragazze), le mie sorelle e i miei fratelli che mi fanno una sorpresa costata loro 2000 chilometri, gli infermieri.

Ecco, posso dire una cosa su questa categoria? Nella vita delle cure, delle guarigioni, delle malattie, si parla sempre dei medici e degli ospedali in genere: io ho scoperto che per 24 ore mi relaziono con gli infermieri, che sono perfetti, buoni, pazienti.

C’é una di loro, una ragazza piccolina, un topolino dico io, che ogni tanto di notte viene a guardarmi e commossa mi fa le carezze al braccio sinistro. Mi guarda con gli occhi lucidi e mi massaggia ancora il braccio. Sa che ho molto male per via della flebite e allora mi dice “mi faccio perdonare così per tutti i buchi che ti faccio”. Ricordo indelebile.

In questo periodo conosco gente che amo: Eugenio, Paolo e Giuliano.

Giuliano è un uomo burbero, con le sopracciglia folte: quando entra in stanza io penso “ma chi cazzo mi hanno mandato”. Dopo due ore è amore: lui mi racconta dei suoi 50 anni passati alla dogana di Campogalliano, con i russi che gli portavano le sigarette strane e la vodka buona, mi racconta della guerra, di sua sorella piccola che lui deve proteggere dai tedeschi, delle corse nei campi, delle sue malattie. Io gli racconto della mia famiglia meridionale, dei miei sette fratelli, del chiasso di casa mia, delle ricette. A volte non ci raccontiamo nulla ma è come se lo facessimo.

Siccome io mangio come un bue, mi portano il cibo dal self Service dell’ospedale: lo divido con Giuliano e lui mangia con appetito. Sua moglie Pia mi regala un grosso pezzo di parmigiano reggiano e una boccetta di aceto balsamico di quello buono. Poi arriva il vero regalo: Giuliano è un pittore di miniature e me ne regala quattro, bellissime, perfette, con colori caldi, quadri che portano alla introspezione perché c’è tanta solitudine dentro. Scrivo di Giuliano e mi commuovo.

È quasi la fine della chemio e mi devono operare al polmone sinistro perché c’è una massa che non va via. Giuliano mi saluta e mi dice “io me ne vado e tu guarirai”: è vero.

Torno a trovarlo dopo 15 giorni e lo trovo quasi incosciente a causa di un ictus: mi guarda e non so se mi riconosce. Esco incazzato dalla stanza. Non è possibile.

Il dottor Morandi è il chirurgo toracico, un padre, buono e caldo come tanti emiliani.

Anche dell’operazione non ho tanto piacere a parlare: è stata molto dolorosa e ci ho messo un mese a rimettermi in piedi. Comunque, mi asportano una parte del lobo superiore sinistro e guarisco.

Il mio percorso dura circa 6 mesi e ne esco vincitore: sono felicissimo, ma sono ferito nel corpo e nell’anima. Tante cose le ho rimosse, tante altre le avrei volute cancellare ma non vanno via.

Scrivere la mia storia mi ha portato indietro nel tempo, ha risvegliato ricordi sbiaditi, ha fatto uscire lacrime sepolte. Non è stato facile. Volutamente non ho descritto tante cose perché i destinatari della storia possono essere ragazzi che stanno affrontando il cancro e potrei portarli su strade sbagliate, ma sono qui a disposizione per ogni curiosità. Nel frattempo la vita è ripresa ed è bellissima.

Lorenzo

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Vito Fino
Socio AITT

Ciao a tutti , mi chiamo Vito, ho 31 anni e la mia storia clinica inizia il 20 febbraio 2016.

A gennaio 2016 accuso banali mal di schiena ma abbastanza forti che curo con antinfiammatori orali .Questi dolori persistono ma lascio correre e attribuisco la colpa al lavoro. A fine gennaio inizia a fare capricci anche lo stomaco, ho difficoltà a digerire e vomito più volte durante la settimana.
In attesa di avere un pomeriggio libero per andare dal medico lascio passare giorni e settimane durante le quali sono sempre più inappetente e di conseguenza dimagrito .

Il 20 febbraio iniziano dei dolori addominali, dei forti crampi che mi costringono a letto per il giorno intero. Mi rendo conto che il mio addome è cresciuto in volume ed è molto duro al tatto.

Intorno alle 23:00 del 20 febbraio mi reco presso il pronto soccorso dell’ospedale “I.VERI DELLE PONTI” di Scorrano. Mi fanno subito un calmante e una flebo per idratarmi, le analisi del sangue non lasciano scampo al peggio,eseguono una tac total body d’urgenza .
Il risultato :

  • nodulo polmonare di 4mm circa ;
  • tessuto denso nel mediastino anteriore di sx che si estendeva in zona sovraclaveare e laterocervicale omolaterale con diametri massimali di 10x 5 cm;(questa lesione era a contatto dell’arteria carotidea di sinistra)
  • compressione della vena cava superiore;
  • 2 linfonodi in sede paraortica di 17 mm e di 19 mm;
  • tumefazione retroperitoneale di 6x 25 cm che raggiunge il pilastro diaframmatico di sinistra,ingloba il surrene di sx e circonda l’aorta;
  • neoformazione di 20 cm diametro a livello meso-epigastrico.

La prima ipotesi è LINFOMA NON HODGKIN, decidono di traferirmi nel reparto di Ematologia del “Perrino” di Brindisi.

Durante il ricovero rieseguo tac torace:

  • neoformazione espansiva RP di 26x 25 cm a contorni polilobati;
  • neoformazione del diametro di 20 cm a livello meso-epigastrico;

la terapia che eseguo è

  • CLEXANE, 1 puntura da 4000 UI ( che continuo fino al 2/08);
  • 1cpr algiorno di DELTACORTENE;
  • 1cpr LASIX;
  • idratazione endovenosa continua .

il 22/02 mi sottopongo all’asportazione del linfonodo sovraclaveare sinistro infiammato sul quale viene eseguito l’esame istologico. Nell’attesa dell’istologico comunicano a mia moglie e ai miei genitori la gravità della situazione, addirittura quantificano in massimo 10 giorni ciò che mi restava da vivere. Naturalmente a me dicono che è un linfoma abbastanza guaribile e mi prospettano il 70 % di guarigione.

Prendo atto della malattia e il tempo di ingoiare il boccone amaro mi ritrovo a 30 anni a combattere contro un mostro di cui non conosco nulla. Sono io a dare forza ai miei genitori che sono distrutti dalla notizia, sono io a tranquillizzare mia moglie rassicurandola che presto passerà tutto. Neanche questo mostro riesce a togliermi il sorriso e la mia voglia di vivere…

Iniziamo a combattere !Unico scopo è VINCERE!
Il 23/02 eseguo PET che conferma le multiple sedi di malattia, gli esami del sangue raccontano una situazione veramente difficile: LDH 10.400 UI – BHCG 740 UI/ml -ALFAFETOPROTEINA 6,4 ng/ml.

IL 24/02 mi sottopongono a trattamento chemioterapico con ADRIBLASTINA + VINCRISTINA+ PREDNISONE. Dopo 9 lunghissimi giorni arriva l’esito dell’isotogico che apre nuove speranze , il tumore è dei tessuti e non del sangue.

Decidono di trasferirmi nel reparto di Oncologia per una nuova valutazione. Sono in condizioni generali mediocri, l’oncologo e primario Saverio Cinieri mi sottopone a visita da urologo che evidenza un grossolano idrocele bilaterale. Da lì arriva l’ipotesi di tumore al testicolo, per esserne certi richiedono nuovo esame istologico presso IEO.

L’8/03 arriva l’esito: metastasi linfonodale di neoplasia maligna epiteliomorfa compatibile con carcinoma embrionario di tipo solido . Eseguo ecografia testicolare che mostra:

  • didimo sinistro all’interno del sacco scrotale in posizione alta, con ecostruttura disomogenea per la presenza di piccole lacune tenuamente ipoecogene e multiple micorcalcificazioni.
  • didimo destro non delineabile nel sacco scrotale
  • nel canale inguinale presenza di formazione solida di 20x 8 mm.

Ora è tutto chiaro: ho un tumore del testicolo (non seminoma) che ha interessato altre zone del corpo, la situazione è comunque grave ma ho molte più possibilità di uscirne vivo.

La previsione + di fare una decina di cicli di chemioterapia e poi rivalutazione, non si può intervenire chirurgicamente per l’alta estensione della malattia.

Dal 3/03 al 07/03 eseguo il primo ciclo di chemioterapia PEB (Cisplatino,Etoposide, Bleomicina ) con richiamo di bleomicina 9 e 16 giorno. Nei giorni seguenti ho sin da subito avuto una riduzione dell’addome e riduzione della durezza.

Resto ancora qualche giorno sotto osservazione e il 18/03 dopo 27 lunghissimi giorni mi dimettono con valore della beta hcg a 83 mUI/ml. Sono stanco e debilitato, peso appena 60 kg per 1,77 cm di altezza: sono uno scheletro, ho perso tono muscolare, ma continuo ad essere forte.

Il primo grande effetto post chemio non tarda ad arrivare, inizio a perdere i capelli, altri piccoli effetti iniziano a presentarsi: le unghie sono fragili e scure, le orecchie iniziano a fischiare, perdo la sensibilità ai polpastrelli e le gambe spesso si addormentano .

Dal 24/ 03 al 28/03 secondo ciclo di chemio secondo schema PEB tollerato abbastanza bene con richiamo di bleomicina 9 e 16 giorno. Gli sono ematochimici nella norma tranne lieve anemia con Hgb 9,4 g/ dl ed LDH 812U/L. BHCG 3,7 mUI/ ml.

Il 13/04 era previsto il terzo ciclo di chemioterapia, che purtroppo non viene eseguito subito per una evidente anemia G2 per la quale mi sottopongono a una trasfusione di 1 sacca di EC grazie alla quale il valore HB sale 9.7 g/dl. Dal 15/04 al 19/04, quando finalmente i valori si sono normalizzati, mi sottopongo al terzo ciclo di chemioterapia, con richiamo di bleomicina 9 e 16 giorno.

Dal 06/05 al 10/05 eseguo quarto ciclo di chemioterapia senza bleomicina, a questo punto la BETA HCG scende a 0,9 mUI/ml, l’ALFAFETOPROTEINA 3,3 ng/ml e l’LDH 534U/L, valori più che normali!
Il 07/06 vengo ricoverato per rivalutazione della situazione poiché ad occhio si vede una netta diminuzione dell’edema a livello scrotale e testicolare e una netta riduzione dell’addome. Si decide, quindi, di sospendere le chemio e aspettare l’esito delle valutazioni che non tardano ad arrivare:

Beta Hcg, Alfafetoproteinae ed LDH erano nella norma, la PET TAC confrontata con quella del 23/02 dimostra una notevole riduzione morfovolumetrica ,una persistenza di un lieve incremento del metabolismo glucidico in corrispondenza della lesione localizzata posteriormente ai muscoli retti della parete addominale anteriore a sede medianain regione meso ed ipogastrica ( SUV max 2.0 vs 7.4) persistenza di lieve attività metabolica a livello della lesione che si estende dall’ipocondrio sx sino in fossa iliaca omolaterale( SUV max 2.1 vs 7.5) persistenza di modesta attività metabolica in corrispondenza della lesione epigastrica paramediana dx(SUV max 2.3 vs 9.4).

La risonanza magnetica (addome inferiore + scroto) ha evidenziato reperti orientativi per neoformazione primitiva del testicolo destro ritenuto in addome , testicolo sx in sede di dimensioni normali ma con struttura disomogenea.

Finalmente si pensa all’intervento per la rimozione del resto della malattia, con grande stupore generale il mio corpo ha risposto benissimo alle terapie e ora si va dal chirurgo e Urologo.

La visita con il chirurgo ci lascia qualche preoccupazione, la situazione non è cosi facile. L’intervento sarà delicato e verrà fatto in data 2/08 presso Policlinico di Bari reparto Urologia 1 dal Professor Battaglia .

Entro in sala operatoria alle 8:30 ed esco alle 17:30 circa. Riporto di seguito una descrizione dettagliata dell’intervento:

taglio mediano xifo_pubico. Derotazione intestinale completa con legatura della vena mesenterica inferiore. Orchiectomia di voluminoso testicolo dx ritenuto in addome previa legatura dei vasi sull’aorta e sulla cava. Linfadenectomia retroperitoneale completa bilaterale di voluminosa massa residua a chemioterapia dopo completo isolamento di aorta e cava dal disopra degli ili renali coinvolti dalla massa alle iliache comuni, alla biforcazione dell’aorta. Si preservano il surrene sx dopo legatura v.surrenalica inferiore ed il rene sx, quasi del tutto avvolto dalla massa in senso medio-laterale con spostamento degli elementi vascolari e della via escretrice. Si legano l’ateria polare inferiore sx ed il funicolo, indissociabili dalla massa residua a chemio. Si raggiunge e si asporta quasi compleatmente il tessuto fibro-necrotico sopra i vasi renali, per fare questo si è dovuto operare in schemia renale per 20 minuti. Dopo rivascolarizzazione,il rene ha ripreso il colore normale, tranne il polo inferiore la cui arteria era stata legata perché inglobata nella massa. Emostasi con punti di prolene, clip metalliche, Surgiflo, Tabotamp dell’ilo renale residuo. Appendicectomia profilattica. Drenaggio tubulare del retroperitoneo. Riperitonealizzazione con continua di materiale riassorbibile. Parete a strati.

L’intervento è stato lungo e difficile ma riuscito alla perfezione, hanno usato 45 punti in clip metalliche, da subito ho iniziato ad usare una panciera contenitiva e slip con sospensorio. Per due giorni completamente allettato e sotto morfina.

L’8/08 finalmente vengo dimesso. Sono in discrete condizioni e piano piano ricomincio a camminare e a svolgere le normali funzioni. Anche l’intestino dopo qualche giorno ricomincia a funzionare perfettamente.

IL 16/08 rimuovo i punti e per fortuna la ferita è ben cicatrizzata .

La diagnosi istologica della massa asportata recita:

  • asportazione di 25 linfonodi esenti da neoplasia con necrosi
  • orchiectomia testicolo destro del peso 1.350 kg e dimensioni 16.5x 13.5×5.8 con funicolo spermatico della lunghezza di cm 22 eatmosfera adiposa adesa al funicolo di cm 16.5x 12×1.5 ,
  • biopsia renale-tessuto adiposo esente da neoplasia
  • biopsia renale tessuto sovrailare esente da neoplasia
  • appendice vermiforme di 4 cm esente da neoplasia
  • tessuto mesenterica inferiore esente da neoplasia.
  • Remissione clinica e patologica completa.

Avete letto bene: remissione completa. Il mio corpo ha sconfitto la malattia!
Porterò addosso per sempre le ferite di questa battaglia, ma con tanto orgoglio perché HO VINTO!
Non nego che il percorso è stato a tratti difficile ma la mia forza d’animo mi ha aiutato ad affrontare il tutto con molta serenità.

Ora sono candidato al seguente follow up:

  • visita oncologica e urologica di controllo ogni 2 mesi per il primo anno, ogni 3 mesi per il secondo anno e ogni 6 mesi dal terzo anno in poi
  • analisi del sangue Alfa-fetoproteina, Beta-HCG ed LDH ogni 2 mesi per il primo anno, ogni 3 mesi per il secondo anno e ogni 6 mesi dal terzo anno in poi
  • TAC total body con mezzo di contrasto a 4 mesi dall’intervento, poi dopo 6 mesi e poi una all’anno secondo giudizio clinico.
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Francesco
Socio AITT

Incontro Francesco su facebook, mi racconta la sua storia e capisco che la sua esperienza (un seminoma classico), se raccontata, può dare forza e coraggio a tutti noi. Una battaglia durissima che, nonostante le numerosissime difficoltà, Francesco riesce a vincere. Vi lascio alle sue parole, alla sua storia.

“Ciao a tutti mi chiamo Francesco (in realtà è un nome di fantasia, è corretto che lo sappiate perché voglio restare anonimo) e questa è la mia storia.

Ad agosto 2011 io e la mia compagna proviamo ad avere un figlio, i tentativi proseguono a vuoto per mesi e mesi fino a quando, esattamente un anno dopo, faccio un esame del liquido seminale e il risultato è tremendo: azoospermia. Sono sterile. Il mondo mi crolla addosso.

Prenoto una visita andrologica e le sorprese non sono finite: il medico durante l’ecografia rileva un’area ipoecogena al testicolo sinistro, in pratica mi dice che probabilmente ho un cancro e devo essere operato. In famiglia lo dico solo ai miei genitori tant’è che in quei giorni si sposa mia cugina e la domenica successiva mio cugino battezza sua figlia e nessuno sa nulla, faccio finta di non pensarci. In seguito all’intervento arriva la conferma: seminoma classico di 2 cm (in meno di un mese era raddoppiato). Mentre mi toglievano il testicolo sinistro un’altra équipe di medici mi ha fatto una biopsia al destro per cercare qualche spermatozoo da congelare per poi eventualmente procedere con la fecondazione assistita nei mesi successivi. Fortunatamente ne hanno trovati, ricordo ancora quando la biologa venne in camera dopo l’operazione a darmi la buona notizia: quello sarebbe stato il mio pensiero felice per i mesi a venire.

Dopo l’intervento ho fatto una tac con mdc dove si riscontrava una lesione al polmone sinistro, gli urologi mi dissero che non era niente ma la mia oncologa mi fece proseguire con gli esami, pensava ad una metastasi perciò avanti con PET con glucosio, PET con gallio e broncoscopia. Ed ecco l’ennesima doccia fredda: avevo un carcinoide polmonare ovvero una forma rarissima di tumore neuroendocrino chemio e radio resistente. Stavolta però andai al Leo di Milano (struttura eccezionale) dove il 10 gennaio 2013 mi venne tolta buona parte del polmone sinistro. Intervento molto doloroso, riabilitazione impegnativa che non mi fa sentire più lo stesso di prima. Poi piano piano le cose sono migliorate, a marzo ho ripreso a lavorare e a stare bene.

Tutta questa storia era iniziata cercando un figlio e non poteva che concludersi con li figlio in arrivo: a luglio sarò papà grazie alla fecondazione assistita. Le parole della biologa (“abbiamo trovato abbastanza spermatozoi da poterli congelare”) mi hanno accompagnato per tutti questi mesi e mi hanno dato la forza per andare avanti. A tutti voi mi sento di dire di non mollare mai, nemmeno quando il mare é in tempesta, le vele si spezzano e il timone lo tenete a fatica.

Un abbraccio, Francesco.

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Domenico Di Nardo
Presidente AITT

Questa che vi sto per raccontare è la fase più dura che un malato di cancro al testicolo deve affrontare: la chemioterapia. Non mi dilungo molto su quali siano i metodi e le tecniche a disposizione per combattere la malattia, in questa sezione del sito troverete tutte le informazioni necessaire, mi limito solo a dire che a me sono toccati 3 cicli di P.E.B. più uno di P.E.

Il primo giorno è stato tranquillo, come già accennato, la sorte ha voluto che un mio carissimo amico lavorasse proprio con la dottoressa Palmieri ed è grazie a lui che ho vissuto questo trauma con tranquillità. E’ un po’ come il primo giorno di scuola, ti mostrano la struttura, ti presentano gli infermieri, fai amicizia con gli altri colleghi di terapia e cominci a realizzare che per qualche tempo quelle sale e quelle poltrone faranno parte della tua vita. Siccome è la prima somministrazione, mi sono fatto accompagnare dal mio medico curante, mio Zio Vincenzo, e da mia moglie.

La prassi è semplice, mi hanno dato cinque foglietti con dei numeri, un po’ come andare alla posta o in banca. Quei numeri indicano il giorno della settimana in cui devi fare terapia e per ogni giorno è specificato il turno con cui verrai chiamato e, siccome la terapia dura parecchio, sui cinque foglietti c’è scritto sempre lo stesso numero: l’uno. Come avete letto, per una questione di urgenza, sono stato costretto a fare la crioconservazione il Lunedì, per la precisione Lunedì 21 Maggio 2012 ed ho dovuto iniziare la terapia di Martedì, facendo uno strappo al solito protocollo, il tutto grazie al mio solito amico infermiere.

La terapia comincia presto, alle 9.00 della mattina, mi sono seduto sulla poltrona ergonomica robotizzata che dovrebbe farti stare comodo ma che, invece, è una vera tortura (avrei preferito di gran lunga una comunissima sedia) e mi hanno infilato un catetere venoso nel braccio. Visto che ho delle vene buonissime ci hanno messo solo un secondo e non ho sentito nemmeno la punturina dell’ago: tutto perfetto. Al catetere agganciano la prima boccetta di fisiologica ed il gioco è fatto: si comincia!

Per ammazzare il tempo mi porto di tutto con me: ipad, smartphone, wired un romanzo e tanta pazienza.

L’ansia comincia a farsi sentire e non c’è infermiere che non venga bombardato dalle mie domande: che cosa c’è nella boccetta?E’ questo il farmaco che mi farà star male?Quanto dura la terapia?Come si regola la sedia?Insomma, la classica serie di domande del principiante. Per fortuna gli infermieri sono abituati e molto disponibili, diciamo che a regime mi è sembrato di stare al bar a fare quattro chiacchiere con gli amici, ma ovviamente così non è.

Uno dei principali fastidi per chi fa la P.E.B. è dover fare la pipì almeno una decina di volte durante la terapia. In pratica ti staccano la boccetta, ti mettono un tappo sul catetere e vai a fare pipì, una scocciatura per me ed una scocciatura per gli infermieri. Questo capita perché la terapia prevede una forte idratazione vista la nefrotossicità del Cisplatino.

Insomma, per non tirarla a lungo il primo giorno passa abbastanza in fretta e, per fortuna, nessun effetto si fa sentire. I primi problemi cominciano alla fine dei cinque giorni del primo ciclo, niente di che, ma la nausea comincia a farsi strada e le orecchie a fischiare.

L’effetto più evidente si è mostrato alla vigilia del secondo ciclo, è stato allora che quando mi toccavo i capelli me li ritrovavo in mano. All’inizio tendono a diradarsi ma poi cadono tutti, la migliore cosa da fare è rasarli prima di ritrovarseli ovunque. Oltre alla caduta dei capelli, un altro inconveniente è l’effetto dei farmaci e dei cateteri sulle vene. Come ho detto all’inizio, io avevo delle vene molto semplici da prendere, ma arrivati alla fine del secondo ciclo la cosa comincia ad essere diversa. I farmaci sono molto tossici ed attaccano le vene di accesso rendendole difficili da utilizzare, si induriscono e tendono a scomparire. In pratica, alla fine del terzo ciclo prendere una vena è risultato davvero un problema: è diventato fastidioso e doloroso. Una soluzione sarebbe mettere il “Port Venoso”, una sorta di catetere interno fisso oppure un “PICC”, simile al Port me meno invasivo. In questo modo si risparmiano le vene e i supplizi necessari per poter finire la terapia. Quello delle vene non è solo un problema legato alla chemio ma anche alla TC con mezzo di contrasto, insomma se si devono fare più di due cicli è consigliabile fare attenzione.

Alla fine del secondo ciclo, quindi, mi sono ritrovato senza capelli, senza vene e senza la forza di affrontare le giornate come prima. Mi risultava difficile fare qualsiasi cosa: alzarmi la mattina, camminare, andare in giro e, soprattutto, stare con gli amici. Volevo solo che tutto finisse in fretta. I fastidi maggiori venivano dallo stomaco e dalla bocca. I chemioterapici tendono a destabilizzare l’equilibrio dello stomaco danneggiando le protezioni, questo provoca forti nausee e vomito, per fortuna con gli antiemetici si riesce a sopperire ma di certo non si risolve il problema. Io, nonostante il Plasil, lo Zantac e lo Zofran, dovevo restare tutta la giornata disteso per la forte nausea. La bocca, invece, subisce una alterazione tale da provocarti fastidi notevoli. Non sentivo più i sapori, l’unico gusto che sentivo era quello del metallo, la salivazione era incessante e le placche bianche erano sempre dietro l’angolo. Anche in questo caso c’è un ottimo rimedio, basta sciacquarsi la bocca con acqua tiepida e bicarbonato di sodio, il sapore è orrendo ma l’effetto è notevole.

Il periodo più difficile è stato durante il terzo ciclo, non vi ho detto una cosa importante: uno dei principali farmaci, il Cisplatino, essendo fotosensibile viene preparato in una boccetta oscurata (ci mettono della carta sopra) e questo mi impediva di capire a che livello si trovasse il liquido e quanto tempo ancora sarei dovuto restare fermo sulla poltrona. Può sembrare assurdo ma questa situazione di impotenza mi creava un’ansia tale da farmi stare davvero male, peggio che della nausea. Ricordo ancora un giorno in particolare, avevo finito la premedicazione e mi avevano da poco attaccato il Cisplatino. Il mio sguardo andava sempre verso la boccetta, non si vedeva nulla e l’ansia cominciava a salire fino a quando ho temuto che mi sarebbe successo qualcosa. Mi sentivo male, accaldato, il cuore mi batteva a mille, se fossi stato da solo ed avessi potuto mi sarei staccato quel catetere e sarei scappato via, lontano da tutto. Non so da dove mi è venuta la forza, ma ho cominciato a pregare e per evitare il crollo mi sono fatto staccare con la scusa di dover andare in bagno. Una volta in piedi, libero dalla catena del Cisplatino mi sono sentito meglio, sarà stata la preghiera o il semplice distacco da quella situazione, ma al ritorno dal bagno tutto è filato liscio e da allora quella maledetta boccetta coperta di carta non mi ha fatto più paura.

Alla fine del terzo ciclo è successa una cosa che ha reso tutto ancora più pensate. All’ultimo richiamo di Bleomicina, mi dicono che con quel giorno la mia terapia era conclusa e che non ci sarebbe stato bisogno di un quarto ciclo. Non vi dico la gioia, sapere che tutto sarebbe finito ed in modo inaspettato mi rese la persona più felice del mondo. Per essere certi che tutto è finito, però, devo fare una TC di controllo e non vi dico con che ansia.

Su questo punto è bene spendere qualche parola. La malattia non colpisce solo il corpo ma anche e soprattutto la mente. Quando si avvicina un controllo non riesci più a fare nulla, praticamente la vita si ferma in attesa del verdetto. L’esito di un’analisi del sangue o di una TC può cambiare tutto in modo drastico. Non si tratta di sapere se si ha il colesterolo alto o le transaminasi fuori range, ma si tratta di capire se continuerai a vivere o meno. Ed è quello che è capitato a me. Nella mia mente già mi ero figurato di tutto, avevo immaginato che la terapia non aveva fatto effetto e che il linfonodo sarebbe cresciuto, avevo cominciato a credere che ogni mio sforzo sarebbe stato vano ed ho sofferto l’attesa in modo indescrivibile. Visto che potevo leggere il referto on-line, passavo le giornate sul sito dell’SDN a fare il refresh della pagina dei referti, ogni cinque minuti andavo a controllare e quando ho visto che il file PDF era stato caricato il cuore ha cominciato a correre come un treno. Ricordo benissimo tutto, ho avuto la freddezza di non leggere il file sul PC, questo perché l’avrei visto a schermo intero ed avrei letto immediatamente il punto in cui si faceva riferimento al linfonodo. Quindi l’ho stampato, l’agitazione era tale da non riuscire a coordinare i movimenti, ho accartocciato un paio di fogli prima di riuscire a completare la stampa. Poi mi sono seduto sul divano, con mia moglie accanto ed ho cominciato a leggere il referto come un giocatore di poker avrebbe letto le carte della mano più importante della sua vita, coprivo il testo per evitare di sbirciare e leggevo tutto con ansia. Quando sono arrivato al punto incriminato ed ho letto le parole: “netta riduzione” ho capito che tutta quell’ansia poteva tramutarsi in gioia.

Questo senso di felicità, però, è durato fino al Lunedì successivo, quando dall’esito della TC di controllo risultava si una netta riduzione, ma il residuo era di 3,5cm, troppo per cantare vittoria ed ecco che si decide per il quarto ciclo. Insomma, dalla gioia di aver finito in anticipo, al dolore di dover fare un ulteriore ciclo: altri 5 giorni di sofferenza. Per fortuna, quest’ultimo ciclo lo faccio nel reparto del mio amico infermiere, dove il tempo trascorre con più calma ed ho la possibilità di trascorrere le mattinate in buona compagnia. Arrivo al quinto giorno senza forze, senza voce, senza respiro ma pieno di speranza. Tutto finisce il 29 Luglio 2012, quando il mio amico mi stacca l’ultimo catetere sento che è finita, che la malattia è sconfitta e che la vita può continuare.

Mi ritrovo libero dalle catene dei farmaci, libero dal Cisplatino, dal Vepesid e dalla Bleomcina, ma il prezzo è stato abbastanza alto. Sono ingrassato di dieci kg, non ho i capelli, non riesco ad assaporare i cibi, ho lo stomaco distrutto, la nausea mi opprime, le mani mi fanno malissimo, i piedi sono gonfi, non riesco a stare in piedi per più di dieci minuti, respiro difficilmente, le orecchie fischiano ininterrottamente e la testa mi fa male. In tutto questo non lavoro da 5 mesi e ho dovuto pagare i contributi, l’IMU, l’assicurazione della macchina e tutta usa serie di spese correlate alla malattia. Ma sono felice, perché ho fatto tutto quello che c’era da fare per distruggere il male che mi porto dentro, ora devo solo sperare di aver vinto.